I 10 Comandamenti

su Diario/Teatro

Nell’accingermi a questo argomento ho bisogno di premettere che non sono un credente nel senso stretto, anzi, ritengo di trovarmi spesso nei panni di chi ha seri dubbi che un’altra forma di vita intelligente abbia creato tutti noi e che ci voglia pure bene. Inoltre ho anche sondato (seppure superficialmente, lo ammetto) altre fedi, nel tentativo di trovare le risposte che cercavo e scoprendo che, proprio dovessi sceglierne una, la religione cattolica è sicuramente la più vicina al mio “essere occidentale”.

Sembra ieri quando consegnavo con orgoglio ad un’amica la stampa del mio trattato “della negazione di Dio“, un breve compendio contenente le principali argomentazioni per le quali ritenevo “intelligente” essere atei. In realtà, lo scritto avrebbe dovuto servire all’amica in questione per controbattere la professoressa di religione che tentava di instillare, nelle giovani ed agitate menti, il seme della credenza (adesso che ci penso non ho mai saputo come sia andata a finire né se il mio scritto sia stato utilizzato o meno).
Sono passati più di 20 anni da quel testo che, a rileggerlo, fa un po’ sorridere perché eccedente di quella rabbia tipicamente giovanile verso il solito mondo che non capisce, l’amica che vorresti fosse la tua donna ma che sta con un altro che non la merita, i genitori con le loro paternali infinite e tutto quello che spinge un giovane che non sia un perfetto idiota, o semplicemente uno del gregge, alla costante ricerca di una verità originale che comunque, una volta grande, vedrà come una delle tante opinioni sull’argomento… e neppure tanto originali.

Ad ogni modo… perché a quel tempo mi ostinavo a non volere credere in Dio?! Beh, anzitutto perché nel mondo c’era il male e non mi convinceva la spiegazione del libero arbitrio; poi perché tutta la storia dell’Eden mi sembrava una favoletta per bambini; ancora perché i concetti legati alla fede potevano essere applicati a qualsiasi creazione fantastica rendendo reali anche Freddy Krueger o Jabba Desilijic Tiure (senza che questi andassero in giro a dir d’amare il prossimo per poi mandargli piaghe e pestilenza se contrariati)!! Insomma, da ventenne problematico avevo trovato il modo di sentirmi speciale perché conscio di qualcosa in più rispetto a quello che sapevano gli altri, che poi questo fatto non mi rendesse pari alle migliaia (o forse centinaia di migliaia, non saprei) di atei nel mondo, beh, questo non lo sapevo ancora… mettici anche che quando sei un po’ sfigato, far parte di una minoranza giustifica il non essere molto popolari e l’avere pochi amici.

Negli anni questa continua tendenza alla ribellione verso i dogmi religiosi è andata via via scemando verso un agnosticismo rassegnato, spezzato di tanto in tanto da qualche sussulto interiore che l’ordinaria quotidianità avrebbe comunque soppresso da lì a poco.

Oggi alla domanda “ma tu credi in Dio” non so più cosa rispondere, ho persino difficoltà a riconoscere in me una qualsiasi tendenza alla spiritualità che non sia fuggevole ed effimera. Sicuramente non posso più definirmi ateo in quanto ciò comporta una certa coerenza di pensiero ed una forte abnegazione nei confronti di qualsiasi manifestazione extra-sensoriale; mi è tuttavia difficile riconoscermi anche come credente, o almeno riesco anche a credere in Dio ma non credo sia preoccupato delle nostre piccole e brevi vite.

Durante il periodo in cui la mia anima chiedeva risposte in merito alla questione, ho fatto visita a dei frati francescani in un convento vicino Avellino, lì sono stato ben 15 giorni a riempirmi di spiritualità e soprattutto ho scoperto che tra i credenti più appassionati potevano anche esserci persone molto più intelligenti di me: contrariamente a quanto credessi prima e cioè che, per credere in Dio, bisognava essere un po’ stupidini; insomma quell’esperienza, oltre ad avermi aperto le porte alle sensazioni di un credente, mi anche reso consapevole di un fatto: se non riuscivo a credere, il problema era tutto mio. Illuminante al tempo la frase di Agnello detta in un tono così sereno da rendere patetico qualsiasi tentativo di controbattere: che tu ci creda o meno, Dio sta sempre lì!! :)

Ma il buon frataccio, adesso confinato a Roma alla Basilica dei SS Apostoli, non si è limitato a sotterrare le mie speculazioni metafisiche con una vagonata di contraddizioni, mi ha anche raccontato una sera della sua esperienza sul Cammino per Santiago instillandomi una curiosità che più tardi avrei assecondato. Sei anni fa ho fatto anch’io il mio Cammino, con la sorpresa di un bambino unita alla gioia dell’adulto che, una volta tornato a casa, scopre come ci siano sempre nuove esperienze capaci di regalarci gioie infinite (a prescindere dall’età). Sul Cammino, e ancor più salendo per O Cebreiro, ho saputo sentire il silenzio come mai avevo fatto fino a quel momento, e a farmi accorgere di una parte della magia che si nasconde nella Via c’è stato anche un belga di quasi 60 anni: un uomo colpito da 3 ictus, con un occhio cieco ed una gamba paralizzata, che procedeva lentamente e con la totale sicurezza d’esser protetto dalla divina provvidenza .

Purtroppo, tornando a casa, quella magia è durata giusto il tempo di scoprire che il mondo è davvero troppo cattivo per credere che Dio sia in qualche modo coinvolto nella sua creazione. Ed è stato così che ho compreso come l’ordinaria quotidianità fosse nemica delle più importanti conquiste spirituali, almeno per quanto mi riguarda.

Con nel cuore l’ansia di aver dimenticato qualcosa, qualche anno dopo c’ho riprovato. E’ stata la volta del Cammino del Nord… lì, arrivato a Santiago ho deciso istintivamente di lasciarmi la cattedrale alle spalle e rimandare il saluto all’apostolo ad un momento più indicato e decidendo, nell’istante in cui ho messo piede a Plaza dell’Obradoiro, di continuare fino a Finisterre. Paradossalmente, quella magia che speravo di ritrovare e che in parte, lungo la strada, credevo di aver toccato, era arrivata a spegnersi proprio nel luogo simbolo di quel percorso e questa considerazione mi avrebbe allontanato nuovamente e definitivamente dal cattolicesimo con tutti i suoi santini.

Il Cammino del Nord ha in qualche modo decretato la fine della mia ricerca e l’inizio di un agnosticismo coerente e bigotto.

Un tempo parlavo con Dio, naturalmente lo facevo da eretico luterano e cioè dentro la mia stanza o davanti ad un tramonto…  comunque in silenzio con me stesso; a conti fatti credo che parlassi maggiormente con Dio quand’ero ateo, nei momenti di tristezza gli dicevo: lo so che non credo in te, però vorrei lo stesso che mi parlassi! Ecco, paradossalmente ero più religioso allora che adesso, perché in questo momento sarebbe sufficiente anche solo una piccola spintarella per trasformarmi in un frequentatore assiduo della Chiesa, anche un sussurro nel vento o un sogno particolarmente vivido per spingermi fino a Medjugorje e sperimentare, come dicono, la guarigione da ogni male spirituale e fisico con l’abbraccio della Croce Blu. Quella dell’agnostico è purtroppo una condizione intellettuale che rasenta la stupidità: difficile discutere con chi ha la sicurezza che sia impossibile comprendere qualsiasi argomento sfugga alle leggi del visibile. L’agnostico non è rabbioso come l’ateo, quest’ultimo è sempre occupato a smontare la fede altrui per adagiarsi sugli allori del “non interrogarsi più”, non subisce neanche le ansie del credente, costretto a placarsi davanti alle ingiustizie per porgere l’altra guancia, a perdonare qualsiasi misfatto e a vergognarsi d’essere peccatore, insomma, l’agnostico rappresenta una condizione intellettuale nella quale ogni ricerca viene abbandonata, in tale condizioni non si domanda che Dio esista o meno perché la cosa non è dimostrabile… l’agnostico persegue la propria etica nel comportamento e là dove questa possa entrare in contraddizione con eventuali comandamenti, beh, se Dio c’è allora perdona, se non c’è tanto meglio.

Bene, dopo la doverosa premessa arrivo al punto e cioè il vero oggetto di questo post: Roberto Benigni e i sui 10 Comandamenti; personalmente ho sempre considerato la Bibbia un testo dal quale emerge la figura di un dio estremamente contraddittorio nelle sue azioni e parole, una divinità amorevole ma al contempo terribile che non si allontana molto dai primi dei… credo che un tempo ritenessi folle considerarlo un testo sacro, poi da agnostico l’ho semplicemente bollato come un codice di regole scritto da uomini per dare un minimo di ordine alla società del tempo: specie la parte dei 10 comandamenti.

Mi piace pensare di riuscire a comprendere ciò che arriva dai media nella maniera più obiettiva possibile e con una dose di spirito critico non troppo esasperato. Mi fanno incazzare tutte le bufale che proliferano su Internet, gli imbecilli che mettono in giro storie fantasiose su misteriosi complotti per vendere i loro libri con l’aiuto di tutti quei pecoroni motivati dal bisogno di sentirsi speciali perché hanno capito qualcosa che gli altri non comprendono. Ecco… nella cloaca della televisione e dei media in genere credo che lo spettacolo di Benigni sia stata una delle cose che da sole valgono l’esborso del canone perché v’era dentro qualcosa di magico, un quid che un’anima ricettiva alle questioni spirituali è in grado di avvertire.

Prima di vedere lo spettacolo ho letto tutte le critiche, trovandone un gran numero di negative; la cosa non mi ha stupito più di tanto: è facile che un grande successo televisivo sia una totale schifezza se giudichiamo con obbiettività i gusti e le scelte delle masse. Ho comunque deciso di vedere Benigni motivato anche da Maria che ne aveva visto un pezzo ed era curiosa di seguirlo per intero. Non mi vergogno ad ammettere che nonostante le aspettative fossero davvero basse, Benigni mi ha piacevolmente sorpreso facendomi totalmente ricredere su quello che immaginavo sarebbe stato il suo intervento.

Ma procediamo per gradi: da principio il patto narrativo proposto riguardo il partire dall’assunto che Dio esista, non mi aveva convinto per nulla: con tutto il rispetto per la categoria ho avuto la spiacevole sensazione di stare a sentire un prete. Non capivo come il mettermi nei panni di un credente (sempre che fosse stato possibile) avrebbe potuto condizionare il mio giudizio su quanto sarebbe stato detto da lì a poco. Sarebbe come se un musulmano ti dicesse: “ok, stabiliamo che Allah esiste e che avrai un botto di vergini se muori per la Jihad” e da lì renderti comprensibile ed accettabile tutto ciò che i terroristi hanno fatto e stanno facendo: dall’attentato alle torri alla recente strage nella redazione di Charlie Hebdo; insomma, sta roba del patto sembrava quel vecchio stratagemma da catechisti utile ad imporre le proprie fantasiose verità alle menti semplici.

Nonostante fossi fortemente motivato ad abbandonare la visione ho deciso di proseguire, ed è stato nella “spiegazione” del primo comandamento che il nostro Benigni mi ha catturato tenendomi incollato allo schermo fino alla fine dello show.

Vedete, una delle cose che non mi è mai piaciuta degli “evangelizzatori” è che quando poni loro un problema questi ti rispondano: ma tu chi ti credi d’essere in confronto a Dio; oppure che la nostra mente è troppo limitata e che siamo troppo piccoli di fronte a Lui. Ecco, questa cosa del Signore grande e potente cui noi tutti dobbiamo piegarci non mi è mai piaciuta, forse sono troppo viziato dal benessere per accettare di dover sottostare a qualcuno, anche se costui fosse Dio in persona. Insomma, dov’è questo Dio quando si compie il male? Perchè doverlo adorare quando non si degna neanche di ascoltare le nostre preghiere? Cosa vuole davvero? Bene… chi ha seguito l’interpretazione di Benigni sul significato della frase “io sono il Signore Dio tuo“, ha ben compreso il significato dell’aggettivo “tuo” che non diventa più un’imposizione, ma una vera e propria dichiarazione d’amore. Guardavo Maria e pensavo… anche io sono tuo e tu sei mia, la questione poteva essere perfettamente adattata anche alla relazione tra uomo e donna. Ad ogni modo, Benigni era riuscito in qualcosa dove i discorsi dei catechisti o dei religiosi volti alla mia evangelizzazione avevano fallito: finalmente qualcuno che non ripeteva la vecchia storiella che io fossi uno sputo di mosca davanti al grande Dio.

Il mio passato da giovane allievo alla parrocchia di San Giuliano è stato segnato da catechiste balorde che alla domanda: perchè ci sono gli handicappati, rispondevano “pagano le colpe dei padri”, oppure che in paradiso si arriva all’età di 21 anni (o giù di lì), o che saremmo andati all’inferno se bestemmiavamo o se ci facevamo le pugnetto e via discorrendo… memore di quest’intensa esperienza di formazione mi sono reso conto che così come sparavano cazzate a noi quand’eravamo bambini, così facevano in passato, ed è per questo che la Bibbia è colma di storie legate ad assassinii in nome di Dio, la gente doveva spaventarsi sennò col cavolo che acconsentiva a porgere l’altra guancia. E’ stato quindi logico procedere contro i 10 comandamenti interpretandoli come un semplice codice civile alla stregua del Corano dove anziché la galera, la punizione era qualcosa di decisamente più spaventoso… poi ho assistito alla prima vera lezione sul primo comandamento da parte di Benigni ed è lì che la mia mente ha cominciato ad aprirsi davvero alla possibilità di accettare il patto narrativo iniziale, è stato in quel momento che quel toscanaccio una volta irriverente è riuscito a scardinare dalle parti più ammuffite dal mio cervello una quantità così elevata di luoghi comuni e preconcetti da farmi vergognare dalla stupidità, perchè anch’io ero vittima della pigrizia di cui accusavo i credenti: pensavo che “non pronunciare il nome di dio invano” fosse un modo stupido per sprecare un comandamento (cosa poteva fregargliene ad un essere così potente che qualcuno bestemmiasse), per non parlare del santificare le feste che doveva essere per forza una mossa pubblicitaria della chiesa per evitare che l’offertorio della domenica fosse deserto, e così via…

In ciò che è seguito qualcosa mi ha convinto di più, qualcosa meno, ma il livello culturale e spirituale della conversazione era talmente alto ed importante che qualche scivolone non poteva che essere perdonato e poi, la parte sugli atti impuri, quella mi ha fatto davvero impazzire perché ricordo bene il modo in cui da bambino mi sentivo in colpa per questa cosa: andavo al confessionale col magone perché dovevo dirgli che mi ero fatto un paio di pugnette… chi avrebbe mai detto che il vero testo del comandamento fosse un altro, eppure bastava fare qualche ricerca in più… ecco, un errore che comunemente fa anche l’ateo è che nelle questioni religiose si ferma in superficie, forse perché sono storie che ci fanno leggere da bambini dicendoci che è così e basta… e sarebbe pure giusto per un bambino pensare che se il suo Dio spreca un comandamento per una banalità come le bestemmie ed uno per le pugnette, tanto serio poi non è… e 2 comandamenti “stupidi” bastano a far fottere tutto il resto.

Adesso, per concludere, dire che lo spettacolo di Benigni mi abbia fatto diventare credente è una cosa troppo grossa… diciamo che resto comunque un agnostico abbastanza moderato. Però su quel che concerne i testi sacri devo necessariamente ammettere che prima di giudicare superficialmente l’antica dottrina, bisognerebbe studiarla seriamente lasciandosi guidare dal cuore e spogliarsi da tutti i pregiudizi raccolti da bambini.

Per chi non ha visto lo spettacolo riporto l’ottima sintesi di Matteo Gorgoni.

1) Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi.

“Io sono il signore Dio tuo! È un biglietto da visita! L’identità del mittente attaccato ad un regalo. Dio si presenta a noi!” Così Benigni descrive e introduce le parole del primo comandamento, il comandamento principale e direttore. Già si intravede il tono di questo maxi commento, fuori da ogni sintassi altamente elaborata e altamente noiosa. Un commento che parla a tutti e che dipinge un Dio vicino a tutti. Quindi continua. Soffermatosi sul “Signore Dio tuo” sottolinea il “tuo”. Chi ci avrebbe pensato? Chi lo avrebbe considerato quel vocabolo? Eppure. “Lui non vuole essere Dio, lui vuole essere il tuo Dio”. Queste parole risuonano come una dichiarazione d’amore. Lui non vuole esistere di per sè. Vuole esistere per noi. Lui non vuole essere solo l’amore. L’amore o si condivide o non c’è. E per essere l’amore Dio ci ha scelti. E le parole vive di Benigni descrivono il nostro rapporto con Dio allo stesso modo in cui si pensa ad una semplice coppia. Lui vuole essere amato, da noi. “Non avrai altro Dio al di fuori di me. Lui vuole che Lo amiamo, solo Lui”. Cosi Benigni sottolinea la nascita del monoteismo. È la prima volta che un Dio si impone al di là e al di sopra di ogni altro dio creato dall’uomo. Qui è la voce di Dio che parla. Non è l’uomo a creare Dio. È Dio che si manifesta a noi tramite Mosè. “Ha fatto pulizia” dice, riferendosi a tutti gli dei che costellavano il cielo degli antichi. Poi, riferendosi al testo ne viene a considerare il termine “geloso”. Ancora un vocabolo che ci sarà sfuggito. Un Dio geloso? Dio è geloso! Un riferimento molto familiare quando si pensa alle relazioni di coppia. “Dio è geloso perché ci ama!”. Ecco perché Dio ci proibisce di amare gli idoli. E quali sono questi idoli? Statuette egizie? Un bronzo di Venere? No, sicuramente. Gli idoli sono le false immagini di Dio. “Oggi il mondo è pieno di idoli” dice l’attore Toscano. “I soldi, la fama, il sesso, la droga, la popolarità, il piacere in se e per se stesso”. Sono queste le nostre divinità. E servendole non serviamo più Dio e non creiamo più l’amore. Questi sono i nuovi dei del mondo. Sono queste le entità venerate. Cosi serviamo dei e non più Dio. E pensandoci bene, questo vale anche per alcuni uomini di Chiesa o religiosi e laici vari che di religioso hanno ben poco. E perché non pensare ad una forma nuova di politeismo? E quindi Dio è geloso. Perché amiamo e ci dedichiamo ad una divinità che non è Lui. Ma continua Benigni: “Dio non vuole essere rappresentato. È la prima volta che un Dio lo vieta.” E perché? Per aprire gli occhi all’uomo, per amare, pregare, cercare e avanzare verso ciò che non si vede. Dio non si percepisce con gli organi. Dio non si vede, non si sente, non si tocca. Dio si ama.

2) Non nominare il nome di Dio invano, perché il Signore non lascerà impunito chi lascia il suo nome invano.

“Ecco, io stasera l’ho nominato duemila volte” scherza il conduttore. Ma da chiarire un pò di cose. Nominare Dio invano è nominarlo senza rispetto, inutilmente, senza giurare. Quindi Benigni si sofferma sulla bestemmia. Un luogo comune. “Non ho mai sentito cose simili se non in Italia…”. Ma il cuore di questo comandamento non è la bestemmia, non solo. Il comico lamenta i credenti che usano la bestemmia. “Ma la bestemmia è soltanto manifestazione di stupidità, volgarità”. No, la bestemmia nella Bibbia è altra cosa. Ciò che dice il comandamento è che “Dio ha un nome”. Ma un nome che non va invocato senza motivo. Dio vuole essere nominato. Non lo proibisce. Ma non vuole essere nominato invano. Proibisce che venga nominato in un certo modo. Benigni ci ricorda come tante volte ci esce, spontaneamente, il nome “Dio”, o l’esclamazione “Signore”! Ma a Dio piace essere nominato. Altrimenti non se ne potrebbe parlare. Se è scritto nelle Scritture perché non potrebbe essere enunciato? Dio ama essere nominato. Il commento si riferisce addirittura all’Islam secondo il quale “Dio ha novanta nove nomi. Ma il centesimo è quello sconosciuto dalle creature della terra”. Aggiunge che il comandamento vieta di abusare del nome di Dio. “Associare il nome di Dio alla violenza, non c’è niente di peggio. Questa è la peggiore bestemmia per Dio”. Si riferisce ovviamente a chi spaccia il nome di Dio per interesse proprio. Si riferisce all’islamista in medioriente che di Dio sa sicuramente ben poco. “Ma Dio lo punirà”. Benigni usa parole come “vergogna” e “scandalo” per qualificare queste strumentalizzazioni. “Nella storia si è ucciso più in nome di Dio che in tutt’altra cosa. Questa è la sola, vera e unica tristezza. Usare il nome di Dio per ingannare la gente e uccidere in Suo nome”. Questa non è storia rivisitata. Quante volte l’uomo ha usato il nome di Dio per servire il potere, gli interessi personali e per giustificare violenze che Dio stesso condanna? Benigni chiarisce un punto troppo spesso oscurato e strumentalizzato da chi vede nelle religioni motivo di violenza e morte, da chi vuol in un modo o in un altro parlare contro Dio. Dio non è violenza, non è morte, sennò non avrebbe dato la vita. “Delirio”, “Inno alla morte”: cosi traduce l’appello dei djiadisti dello stato islamico. Ma quello di Dio è “un inno alla vita”.

3) Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.

“Il comandamento preferito di Dio. Si dà delle arie” ironizza di nuovo Benigni. Il cuore del comandamento è il riposo. Non è, come tutti pensano a primo impatto, il semplice andare alla messa o ricordarsi di celebrare le festività cristiane. “Tutti si devono riposare” continua Benigni. Non è il comunismo ad aver creato l’uguaglianza. È Dio. Così Egli libera gli operai, i servi. Impensabile per un padrone! “Carlo Marx? Tremila anni dopo” risponde l’ex militante comunista. Benigni descrive quindi Dio come liberatore dalla schiavitù, un vero e proprio rivoluzionario (così anche Gesù), colui che ristabilisce l’ordine nel mondo e fra gli uomini da lui creati. Così Dio sopprime la logica dell’egoismo, del potere e la gerarchia istaurata dall’uomo e tutti siamo uguali. Il servo può riposarsi come il padrone. Ma non solo: “E anche gli animali. Gli animali!” si esclama il comico. Dio stabilisce un riposo universale. Tutte le creature messe sullo stesso piano, alla stessa condizione. Così come Dio si riposò dopo la creazione, così tutte le sue creature. È un diritto universale. Questo comandamento lascia intravedere un mondo in cui tutti vivono insieme, una luce nuova e “un colpo di Stato poetico”, così come lo descrive Benigni. Dio crea continuamente. “Si compiacque. Guardò tutto e si meravigliò! – del tipo – Ma guarda cosa ho fatto! Ma guarda la cavalletta! Guarda questa gallina!” Così Dio vuole che ci compiacciamo del nostro lavoro compiuto nella settimana. Dio crea anche quando non crea e quindi il compiacersi è condizione del creato. Dio crea perché anche noi ci compiacciamo. Dio vuole farci come lui. “Dovremmo farlo di legge” dice Benigni, “Il settimo giorno ci si riposa con Lui, si parla con Lui”. Benigni così dipinge un Dio sempre più familiare, vicino a noi, simile a noi nei nostri atteggiamenti. Dopo il lavoro di Dio, il sabato inaugura un nuovo mondo. “Tutto lo schianto, il rombo del Big Bang si infrange nel silenzio. In tutto ciò, c’è il silenzio di Dio”. Così finisce di considerare il terzo comandamento così strettamente legato alla creazione divina. E così Benigni esplicita la necessità per l’uomo di oggi di fermarsi e fare silenzio. “Dio ci dice che tutto ciò è stato fatto per noi”. L’invito di Dio è quello di fermarci per un giorno, lasciarci andare e meravigliarci per tutto ciò che è stato creato. Perché ciò che è stato fatto, è stato fatto per noi. Dio così tanto ci ama.

4) Onora il padre e la madre – affinché si prolunghino i giorni della tua vita sulla terra che il Signore Dio tuo di ha dato.

“Se i comandamenti fossero persone, sarebbe il più bello di tutti” comincia Benigni prima di considerarne la particolare posizione di questo comandamento. “Con questo comandamento finisce la prima tavola della legge e comincia la seconda. Vorrà dire qualcosa no?” spiega il comico. Infatti, questo comandamento inaugura la serie di comandamenti che seguono, detti anche orizzontali. Orizzontali proprio perché riguardano il rapporto fra uomini e non esclusivamente tra uomo e Dio. Sono comandamenti che regolano specificamente i rapporti terreni. Questo comandamento fa quindi da ponte tra i primi tre verticali e i prossimi orizzontali. “Ecco perché è a metà. Perché c’è Dio e gli uomini in terra. Questo comandamento è il punto d’incontro fra il cielo e la terra” spiega il presentatore. I primi rapporti da considerare sono quelli che ci legano ai genitori. Onorare il padre e la madre non è soltanto onorare papà e mamma. Si chiede innanzi tutto di onorare una coppia, un uomo e una donna, che solo permettono la procreazione, l’andare avanti delle generazioni e quindi la vita. Questo comandamento dice di onorare la vita. Ma quale senso dare al vocabolo “onorare” ? “Onora è una parola precisa. Oggi con gli “onorevoli”, gli “uomini d’onore” ce l’hanno un pò rovinata” spiega Benigni. Ma, nelle Scritture, “onorare” è un atteggiamento che si riserva a Dio. Onorare i genitori è quindi onorare Dio. Ma allora? Si può onorare un padre o una madre che non hanno riguardo per i propri figli? Benigni fa un pò di chiarezza: “Se un genitore si comporta in maniera indegna con i propri figli non si è più tenuti ad onorali, perché rinnega il suo nome di genitore. È finito tutto”. Non confondere quindi, come troppo spesso accade, questo comandamento con l’obbedire ai genitori, qualora fossero ingiusti con i figli. Detto questo, come si onora il padre è la madre? Ad esempio prendendosi cura di loro quando non possono più farlo da soli. Amarli e occuparsene così come loro hanno amato e si sono occupati del figlio o della figlia. Onorare il padre e la madre è onorare coloro che ci hanno dato la vita. Forse onorare richiede tempo. Anzi, certamente. Ma, nella Bibbia, Dio dice che ciò che diamo a Lui, Egli ce lo ridà centuplicato, ovvero in quantità ben più grandi. Basta allora invertire due parole nel comandamento e si capisce tutto: “affinché si prolunghi la vita dei tuoi giorni sulla terra…” commenta Benigni. Il guadagno non è quantitativo, ma qualitativo. Amare i genitori e amare in generale è dare vita ai propri giorni.

5) Non uccidere.

“Ma davvero c’è bisogno di dirlo?” si esclama il comico a nome della moltitudine. Ci posizioniamo qui al cuore dei dieci comandamenti. Forse l’apice o il centro del messaggio. “Il comandamento per eccellenza” propone Benigni continuando che “anche quando parlano di altro parlano [i comandamenti] di vita”. Questo comandamento regola il rapporto fra uomini. A dire il vero, la prima volta che il divieto di uccidere è stato codificato e tradotto in legge succede nei Dieci comandamenti. “Questo comandamento non lo volevano!” continua Benigni. Ricorda quindi il novecento come “Il secolo più assassino della storia dell’umanità”. Dio ci mette davanti la vita o la morte. Dio non è guerra. Dio non è crociata. Dio non è olocausto. Dio mette al centro del suo comando la vita. “C’è gente che vive in un mondo che Dio non ha creato” dice Benigni, riferendosi al mondo della guerra, della violenza e della morte. Infatti, il commento continua svelando che “la vita di un solo uomo equivale al sangue di tutta la creazione” e così ammazzare un’uomo significa ammazzare tutta la creazione. Ma ecco un punto importante. Sottolinea Benigni: “Il primo omicidio è stato commesso tra fratelli”. Si pensi a Caino e Abele. Non c’è bisogno di soffermarci su quest’argomento. Ciò significa che colui che uccide un altro uomo, che sia anche il peggior nemico, uccide in verità suo fratello, perché figlio dello stesso Dio. E quindi anche la pena di morte è formalmente proibita. “La pena di morte è sempre stata usata per motivi economici, strategici, politici e religiosi, ma mai per giustizia. Mai! Sapete perché in tanti stati ancora mantengono la pena di morte? Perché vogliono mantenere, conservare nella popolazione un fondo di crudeltà. Un aberrazzione! È un po come se dicessero siete un pò assassini anche voi!”. E poi si scatena contro l’eventualità sempre presente di una terza guerra mondiale. Può sempre succedere! Eppure significherebbe la fine della vita. L’uomo lasciato a sè stesso è veramente folle. Dio invece ci chiede una cosa: scegliere fra la vita e la morte.

6) Non commettere adulterio.

La Chiesa lo ha tradotto come “non commettere atti impuri”. Ciò che vieta il comandamento è, secondo un interpretazione comune, l’adulterio. Allo stesso modo che impone anche la castità dell’anima e del corpo. Ma l’originale dell’Esodo vieta soltanto l’adulterio. Non parla ne vuol menzionare la castità. Così si è pensato da tempo che il comandamento riguardava tutto ciò che si riferisse al sesso (anche se la Chiesa infatti considera la castità come una virtù). “Hanno fatto diventare sesso e peccato, sinonimi” dice Benigni. “Quelli che hanno cambiato il non commettere adulterio in non commettere atti impuri hanno rovinato generazioni!” scherza il comico. Testimonia con comicità le sofferenze del contenimento e dei momenti in confessionale. Lo scoprì a 18 anni che nella Bibbia non era peccato fare quelle cose. “Roba da fare causa alla Chiesa per i patimenti subiti”. Si sofferma quindi sulla sessualità. “Il sesso è il luogo della creazione” è ciò che ci avvicina di più a Dio. Ma il sesso ha comunque condizioni per essere giustificato. La sessualità si giustifica se assimilata con l’amore, fresco ed esclusivo. Il senso del comandamento si sarebbe infatti evoluto fino a significare ciò che intendiamo oggi per “adulterio” ovvero l’avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. Oggi non avrebbe molto senso. Il sesso non si misura più in termine di peccato ma di statistica. I rapporti sessuali sono esplosi e l’adulterio depenalizzato o anche consigliato nell’ambito di terapie contro la solitudine o la depressione. Ma in origine, “l’adulterio si rivolgeva solo all’uomo e vietava all’uomo di avere un rapporto sessuale con una donna sposata” spiega Benigni. Il comandamento è rivoluzionario perché si stabilisce come regolamento della famiglia, dei rapporti di coppia, i diritti dell’uomo e della donna! In quei tempi, infatti, gli uomini potevano prendere le donne con la forza, metterle incinte e abbandonarle. “Le donne erano sole, lasciate completamente a sè stesse (…) e fù difficilissimo introdurre questo comandamento (…) perché bloccava questi istinti carnali, questi soprusi degli uomini sulla donna basati sulla forza”. E quindi il senso profondo del comandamento si è evoluto e tutt’ora si espande. Il comandamento nel suo senso più profondo non è soltanto proteggere la famiglia, “il senso ultimo del comandamento è proteggere l’amore” dice Benigni. Il rapporto sessuale non si giustifica con la forza ma con l’amore. “Questo comandamento vuole proteggere una qualità fondamentale dell’amore che è la fedeltà” sottolinea il comico. “Una parola fuorimoda”. L’amore non si separa dalla fedeltà. “Non tradire chi hai detto di amare (…) È un comandamento dedicato alla donna” continua Benigni concludendo con una citazione del Talmud, il quale offre un commento bellissimo di questo comandamento: “State molto attenti a far piangere una donna perché Dio conta le sue lacrime. La donna è uscita dalla costola dell’uomo non dai piedi perché dovesse essere calpestata. Né dalla testa per essere superiore. Ma dal fianco, per essere uguale. Un pò più in basso del braccio per poter essere protetta. Dal lato del cuore per essere amata”.

7) Non rubare.

Bastava dirlo per far ridere il pubblico italiano. “Dio ci ha voluto riservare un trattamento di favore diciamo. Ci ha fatto un comandamento proprio per noi italiani” scherza il comico. “Questo è un comandamento ad personam”. Scherzi a parte ne viene al commento. “Originariamente – non rubare – si riferiva al furto di persone”. Ovvero ai sequestri e al commercio degli schiavi. È un comandamento contro la schiavitù. “È come se Dio dicesse – non rubare la libertà degli altri”. Un comandamento che ha quindi tutto il suo senso ancora oggi. Non è Abramo Lincoln ad aver soppresso la schiavitù. È stato Dio tremila e cinquecento anni fà. Un passo enorme per la civiltà umana. Dio libera l’uomo dalla schiavitù. Oggi non esiste la schiavitù potrebbe dire l’ingenuo. Eppure oggi esistono dittature (si pensi soltanto allo “stato comunista” della Corea del Nord), lavoro nero, donne comprate e vendute per la prostituzione. Ma si potrebbe anche aggiungere la schiavitù dell’imposizione di un ideale sociale (norme di bellezza per esempio) o il conformismo delle masse al consumo sfrenato. “Oggi è tutto selvaggio, disumano, orrendo!” Anche questo comandamento si è allargato fino a significare ciò che gran parte della gente intende oggi. Ovvero prendere una cosa che non ci appartiene. Oggi l’essere chiamati “ladri” non ci fa più nessun effetto. Da considerare alcuni politici, ma anche come dice Benigni: “uomini d’affari, grandi manager, eleganti, rispettati. Stanno lì in ufficio, segretarie, a studiare dalla mattina alla sera come rubare. Vanno in grandi ristoranti, discussioni serie, hanno anche gli autisti, fanno loro gli inchini e questi pensano solo a rubare! Sono dei ladri. […] Uomini che si fanno comprare. Ma non comprendono che è il gradino più basso dell’umanità!”. Questi sono, all’udire il commento, tutti dei Giuda Iscariota, dei traditori dell’umanità, che vendono la propria anima per pochi soldi. Parla il Benigni comunista mentre parla di Dio. “Oggi ci si arricchisce impoverendo in maniera subdola gli altri (…) con operazioni molto raffinate di finanzia e di borse dove il confine tra rubare e non rubare non esiste più”. Questi sono i grandi ladri dei nostri tempi: un pugno di uomini che brindano sui loro affari. Un pugno di uomini che si compiacciono di mettere famiglie e nazioni intere sul lastrico. “Oggi la regola negli affari e nella finanzia è l’opposto di ciò che dice la Bibbia”. Forse è per questo che questi ultimi due secoli hanno visto l’esplosione del credo liberale e capitalista assieme al declino parallelo delle religioni come il cristianesimo. Sarà che la Bibbia dà troppo fastidio agli affari economici e l’interesse dei particolari? Oggi tornano religioni, torna il cristianesimo e il captialismo perde in credibilità. Un legame da non oscurare? Per il momento torniamo al commento. La Bibbia condanna le truffe economiche, la truffa legalizzata. “Non rispettare le regole del mercato non si ritiene più una cosa illegale o un peccato. E invece sì! È illegale, perché così muore il mercato” dice Benigni. Ma ci sono mille modi di rubare: evasione fiscale, tassazione esagerate dello stato, usura e aggressione alla natura, abusivismo. “Sono fatti a noi! E ce le rubano! E non solo, ma anche ai nostri figli! (…) Ma il furto più grande è il furto dell’anima. Rubare l’anima degli altri e di noi stessi. Quando non si dà la possibilità di un occupazione, di un lavoro. Questo è rubare le condizioni di esistenza. La persona non è più libera di vivere” continua Benigni. “La Bibbia insegna che sarà bello possedere, ma che è più glorioso dare. Che è gloriosa l’onestà. Che è gloriosa la generosità. Che è gloriosa la libertà. Che è gloriosa la vita. Il settimo comandamento ci ordina di essere liberi di vivere, la più divina delle libertà”.

8) Non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

Il comandamento tratta a prima vista del mentire. Fra le cose ripudiate da Dio ci sono, sempre nella Bibbia, la lingua bugiarda e colui che sparge menzogne. Dio non tollera la bugia, il falso. “Infatti, la prima bugia della storia dell’umanità chi l’ha detta? Il serpente ad Eva”. Principalmente il comandamento significa “non mentire”. Ma dopo sette comandamenti di una potenza e di un importanza primordiale, questo significato appare subito molto riduttore e quasi insignificante. Ma in questo comandamento, spiega l’attora toscano: “c’è il rapporto fra la vita e la verità. Questo comandamento è il pilastro di tutta la nostra società”. L’ottavo comandamento sorrege tutto il vivere insieme, i rapporti fra uomini. Ma non solo regola i rapporti in società, il comandamento stabilisce anche di non danneggiare il prossimo con la menzogna, la falsità. “Si sente che si riferisce sopratutto alla giustizia, ai processi, ai tribunali”. Questo è il comandamento di una giustizia fatta bene. “Questo comandamento ricorda l’origine divina della parola” dice Benigni. E poiché proibisce la falsa parola non può che porre le condizioni del potere divino della parola. La parola avendo il potere di creare come di distruggere, il comandamento vieta la parola falsa che distrugge il mondo e gli uomini. Benigni elenca quindi tutta una serie di elementi proibiti dal comandamento: “Vieta di dare giudizi vari senza prove. Vieta l’inganno, l’ipocrisia, la finzione, l’omertà. Vieta la doppiezza, la malevolenza, la falsità, l’adulazione, il parlare untuoso, mellifluo, la malizia, il pettegolezzo, la bugia che sfocia nella calunnia, le menzogne semplici e quelle più complesse… Non dire menzongne è la prima regola per la nuova vita”. Ma allora, a questo punto la parola è giusta solo se dice la verità? Ovviamente no. Da tenere presente tutte le volte in cui una bugia è necessaria per il bene del prossimo. Se dobbiamo dare un valore e una condizione alla parola in modo che sia nobile e benvista da Dio allora è la seguente: la parola giusta è quella che serve e ama il prossimo. Il comandamento in questione è un inno alla verità. Un atto di fede, di resistenza, contro il potere e la tirannia, per un mondo più vero e più bello. E citando un poeta Benigni conclude: “Bellezza è verità e verità è bellezza”.

9) Non desiderare la donna di altri. – 10) Non desiderare la roba di altri.

L’oratore comincia con una precisazione: “Questo nono comandamento bisogna leggerlo insieme al decimo, ovvero non desiderare la roba di altri. Poiché questi due ultimi comandamenti erano in origine uno solo”. Da riproporre quindi il comandamento secondo la versione dell’Esodo: “Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo”. Così era in principio l’ultimo comandamento. Di nuovo Benigni attualizza il senso comune di questo comandamento, inteso come legato al tradimento e al sesso. “Ma all’origine, il sesso non centra niente. Parla della proprietà”. Da rassicurare chi si fa un’idea troppo frettolosa del significato di questo comandamento: il peccato non è desiderare interiormente o il semplice guardare la donna di un altro. Il comandamento vieta invece la concretizzazione o l’attuazione della conquista pensata di una donna che non ci appartiene. Il comandamento vieta quindi la macchinazzione che tenta di appropriarsi della donna del prossimo. “Il mistero e la sorpresa di questo comandamento stanno in quella parola “desiderare”. Così si chiudono i dieci comandamenti” sottolinea Benigni. Ed è proprio la prima volta che la parola “desiderare” appare nella Bibbia. Il termine desiderare si è quindi allargato ed evoluto fino a caratterizzare profondamente le società odierne. Oggi la moda è di trasgredire questo comandamento. È nella nostra storia e cultura moderna. Noi desideriamo sempre, infinitamente. Ma desiderare cosa? “Desiderium viene da sidera ovvero stelle, lo spazio siderale. Desiderio vuol dire proprio il bisogno, l’ansia, l’anelito di raggiungere, abbracciare e andare al di là delle stelle” commenta lo showman. Desiderare è quindi espandersi. Ciò che c’è di soprendente in questo comandamento è che non solo vieta l’attuazione del peccato. Ma proibisce addirittura il solo pensarlo. Il comandamento affida quindi all’uomo la responsabilità di controllarsi e di riflettere sul proprio cuore, cancellare ogni impulso di male, meditare la propria coscienza. “Qui c’è la scoperta della coscienza. Comincia un nuovo mondo!” si rallegra Benigni spiegando che in tutto questo, il desiderio non è condannato, anzi: “Il desiderio è meraviglioso, è un richiamo alla vita, è un dire di sì alla vita, è una fedeltà alla vita.”

E quindi l’ultimo comandamento si presenta come l’apice di questa regolamentazione del desiderio. Quest’ultimo può esistere nella sua forma malfattrice, oscura e trascinando l’uomo sulla strada del peccato e della perdizione. E quindi non permette ogni istinto o impulso interiore di invidia, di gelosia, di egoismo o di avidità di invadere il cuore dell’essere umano. Per opposizione, il comandamento richiama ognuno di noi al desiderio che deve essere il proprio dell’uomo e voluto da Dio, quello del bene del prossimo. Ma perché metterlo in ultima posizione? Perché presentarle come le “ultime parole” di Dio all’uomo? Benigni considera con brio un particolare. I dieci comandamenti cominciano con “Io sono” e finiscono con “tuo prossimo”. E quindi Dio, nel consegnarci la tavola dei comandamenti, ci dice una cosa: “Io sono il tuo prossimo”

Il comandamento dell’Amore

Così finisce il commento dei dieci comandamenti. Ci si può fermare qui, eventualmente. Ma Benigni e la sua grande cultura non poteva mancare un ultimo particolare, un ultimo comandamento. Quello più nascosto. Quello che si trova sparso sfocatamente nella Bibbia, mai chiaramente esplicitato se non nelle parole di Gesù. Eppure, quello più importante di tutti. Il comandamento preferito di Gesù per esser precisi: “Ama il Signore con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. E ama il prossimo tuo come te stesso.” Si chiama il comandamento dell’amore, di un amore senza limiti e senza frontiera. Un amore senza condizioni. Un amore totale e in espansione. Si pensi alle parole di Gesù: “In verità io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano”. Non si è mai sentito, all’udire Benigni, sentenza più grande, pensiero più alto, così alto e grande che non lo si può raggiungere. Quest’ultimo comandamento quindi è il più importante perché al di sopra di tutti. È il comandamento a cui giungono i dieci. Anzi, i dieci comandamenti non sono altro che commento di quest’ultimo. “Perché chi ama ha obbedito a tutti i comandamenti” spiega Benigni. Il comandamento stabilisce il diritto di essere amati. Se il dovere è di amare il prossimo, allora siamo anche per dovere amati come prossimo. Così l’amore è la condizione della vita tra uomini. I dieci comandamenti si recapitolano in una parola: amarsi. Conclude Roberto Benigni: “Il tempo passa e il problema fondamentale dell’umanità da duemila anni è rimasto lo stesso. Amarsi. Solo che ora è diventato più urgente. (…) Affrettiamoci ad amarci. Perché al tramonto della vita saremo giudicati sull’amore. Perché non esiste amore sprecato”. L’amore è la condizione della felicità. È la condizione della vita vera.

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Nicola Randone, alias Art, è Scrittore, musicista compositore, leader della band Randone con all'attivo 7 cd ed 1 dvd LIVE sotto edizione discografica Electromantic Music. Qui pone frammenti di vita, espressioni dell'anima, lamenti del cuore ed improbabili farneticazioni intellettuali.

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