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Esterno

G.B. era un esploratore, nel senso più letterale e sacro del termine: esplorava per conoscere, senza secondi fini, non per dominare né per violare, ma solo ed unicamente per conoscere e capire.

G.B. non esplorava luoghi tradizionali ed accessibili a chiunque, G.B. era un esploratore di anime.

Il suo era un dono, una capacità innata coltivata poi con dedizione e volontà: la possibilità di penetrare là dove l’uomo esiste, dove l’uomo in effetti è, oltre la sua presenza fisica nel mondo, oltre la tangibilità, oltre le vie d’accesso della logica tattile o visiva,  là dove è solo l’anima.

G.B. aveva viaggiato in tutto il mondo, aveva conosciuto persone di ogni genere, e le aveva esplorate; con curiosità, con passione, con desiderio, le aveva avute in sé, nella sua mente portentosa. In quante anime era stato G.B.? E per quanto tempo? Nemmeno lui stesso avrebbe potuto rispondere a queste domande: il suo lungo viaggio durava da così tanto.

G.B. era solito camminare nelle strade poco affollate delle periferie urbane; provava un senso di calma  misto ad un’insolita forma di nostalgia per qualcosa di lontano che ormai non ricordava più, ma che ancora gli sapeva infondere un breve benessere. Era perlopiù in quel genere di luoghi che aveva avuto gli incontri più interessanti, anche se non erano mancate occasioni piacevoli  anche in vie più centrali o in piccoli villaggi sperduti…ma la periferia delle città…così opaca, omogenea…le persone emergevano dal grigiore del paesaggio come fiori…

così G.B. camminava e sceglieva. Era attratto più che altro dalle espressioni bizzarre che mutano fuggevolmente i lineamenti delle persone quando queste hanno un pensiero intenso, gioia, rabbia, desolazione, sarcasmo: brevi squarci emotivi nella pressione censoria del pudore. G.B. osservava con attenzione questi segnali, erano una sorta di anteprima dei luoghi nascosti che avrebbe visitato, un assaggio di ciò che lo aspettava più all’interno, pur avendo alle volte avuto esperienze estremamente intense nelle sue esplorazioni anche dentro persone che nulla lasciavano trapelare  delle proprie sensazioni o di se stesse.

Il procedimento era alquanto semplice: G.B. sceglieva la persona al cui interno avrebbe voluto entrare, la seguiva con discrezione, l’osservava, cercava di farne sua una certa immagine mentale che ne  racchiudesse i gesti e gli atteggiamenti  più significativi, il che poteva durare poche ore come anche giorni o settimane, dopodiché, una volta interiorizzata l’idea di quella persona, la teneva stretta nella propria mente  mentre si addormentava in un luogo tranquillo e appartato.

Accadeva così, e mentre il suo corpo giaceva immobile e quietamente immerso in un sonno profondo, G.B. esplorava le anime di coloro che avevano stimolato la sua curiosità ; aveva compiuto fino a quel giorno viaggi assolutamente straordinari, aveva visitato donne, uomini ed anche bambini  di luoghi e culture diversi rimanendo sempre affascinato dalla ricchezza immensa che ognuno di questi serbava in sé.

Fu così che G.B. incontrò Sofia.

La vide per la prima volta di mattina presto nella stazione di un piccolo paese nei dintorni di Varsavia; sembrava aspettare un treno ed aveva l’aria inquieta.

G.B. si sedette su una delle piccole panche di legno disposte ordinatamente lungo il primo binario e rimase ad osservarla per alcuni minuti: poteva avere una trentina d’anni, forse anche meno, ma la stanchezza che le opprimeva il viso  rendeva difficoltoso individuarne l’età. Stava in piedi,  ferma con le mani dentro le tasche del lungo cappotto nero e si dondolava ritmicamente fissando la ferrovia che si perdeva nell’alba plumbea della campagna. Quando arrivò il treno esitò, aveva l’aria persa, incerta, e alla fine non salì; ritornò a dondolarsi mentre la stazione ripiombava nel silenzio. Poi si voltò e vide G.B. che la guardava, allora gli accennò un breve sorriso nel quale lui scorse una malinconica gentilezza che gli piacque particolarmente.

Sofia non prese nemmeno il treno successivo e neanche quello dopo ancora.

Poi d’un tratto, forse seguendo il filo dei propri pensieri, rise. Fu solo un attimo, in seguito al quale il suo volto mutò espressione divenendo d’un tratto più luminoso, e Sofia se ne andò.

Percorse con passo spedito il viale spoglio che dalla stazione conduceva al centro del paese, concedendosi ogni tanto una breve pausa per voltarsi ad osservare la strada che aveva lasciato alle spalle.

G.B. la seguiva in distanza incuriosito dal bizzarro comportamento della donna, camminò dietro ai suoi passi veloci ma incerti fino a quando lei non entrò in una tavola calda e si sedette accanto alla vetrata che dava sulla strada. Da fuori il ristorante G.B. poteva osservarla bene: ormai aveva chiaro il fatto che sarebbe stata lei la prossima persona nella quale avrebbe voluto entrare: il suo comportamento particolare, le sue espressioni vive  e curiose, l’atteggiamento, la postura…molte erano le cose che avevano catturato la sua attenzione, e molti erano i dettagli che lasciavano presagire un viaggio interessante ed affascinante in lei. Così, tanto a lungo Sofia rimase seduta accanto al vetro del locale, altrettanto a lungo G.B. ne studiò il viso, le movenze e gli sguardi, fissandoli in un’immagine mentale sempre più precisa e reale.

G.B. era pronto, non gli ci era voluto molto, erano bastate alcune ore; d’altra parte Sofia si era rivelata un soggetto dalla marcata espressività e di conseguenza era stata cosa facile catturarne un ritratto da portare con sé.

Erano le quattro e un quarto del pomeriggio quando il portiere dell’unico albergo del paese consegnò a G.B. le chiavi della stanza n.6.

Steso sul letto G.B. cercò una posizione confortevole, sistemò bene sopra di sè la coperta marrone in dotazione e dopo avere ripercorso mentalmente gli eventi della giornata richiamò l’immagine di Sofia dentro i suoi occhi chiusi per tenerla lì, sospesa tra le palpebre, intrappolata in quel limbo di sottile spazio fisico che solo le lacrime possono altrimenti occupare.

Venne il sonno, e venne il viaggio.

Interno

G.B. si trovava su di un sentiero sottile e tortuoso ai piedi di una grande montagna boscosa; tutt’intorno la penombra sfumava i contorni delle cose e il silenzio era totale. Dietro a lui stava una piccola bolla di luce e G.B. sapeva che gli sarebbe bastato toccarla con la punta di un dito perché questa si ingrandisse fino ad inglobarlo riportandolo nel mondo esterno, la stessa bolla era il mondo esterno e lo avrebbe seguito passo a passo durante il suo viaggio così come era sempre stato .

G.B. si avviò. Il terreno sotto i suoi piedi era soffice e umido e profumava di muschio: era così piacevole camminarvi sopra che l’uomo si chinò per raccoglierne un po’ e sentirne meglio l’odore e la consistenza, ma appena ne ebbe preso una manciata  questo gli scivolò tra le dita divenendo acqua, e l’acqua cadendogli dalle mani ritornò sul terreno bagnandolo e riempiendolo di fiori fin dove gli occhi potevano arrivare; fiori bianchi lungo tutto il sentiero, e il cielo si fece intensamente rosa sulla testa di G.B.

Anche il paesaggio intorno era cambiato: gli oggetti che prima apparivano poco visibili a causa della poca luce ora erano chiaramente riconoscibili e G.B. li osservò con curiosità. C’erano libri di favole con bellissime illustrazioni che si animavano se venivano guardate, pacchetti regalo trasparenti che lasciavano vedere al loro interno bambole e pupazzi colorati, vestiti da bimba finemente ricamati che danzavano sospesi seguendo un delizioso valzer che proveniva da una giostra di cavalli poco distante, e giganteschi bon–bon di fragola e vaniglia sparsi qua e là.

G.B. proseguì il suo cammino.

Intanto il cielo aveva cambiato di colore per farsi di un acceso verde smeraldo e qua e là sospese  nel vuoto galleggiavano bolle di sapone ognuna delle quali racchiudeva una piccola chiave dorata.

G.B. tese la mano davanti a sé e subito una di quelle sfere madreperlacee si appoggiò sul palmo aperto, poi dopo aver tremolato per qualche istante si ruppe evaporando in una miriade di goccioline effervescenti e regalando all’uomo il suo singolare contenuto. Non appena G.B. strinse tra le dita la chiave, tutte le altre bolle di sapone vennero spazzate via da una folata di vento e i fiori che ricoprivano il sentiero da lì fino alle pendici del monte si fecero di un intenso rosso scuro vibrante. A terra apparve un quaderno; G.B. lo raccolse e lo aprì, ma gli fu impossibile leggerne il contenuto perché non appena le parole di ogni pagina furono a contatto con l’aria si staccarono dalla carta e si scomposero in centinaia di lettere che presero a volteggiare davanti ai suoi occhi per poi scomparire nella penombra ai margini del sentiero. Allora G.B. riappoggiò delicatamente a terra il quaderno e fece per proseguire sul suo cammino, ma subito si accorse che le lettere ritornavano al loro posto come un ordinato stormo di uccelli migratori; l’uomo fu tentato di raccogliere di nuovo il quaderno, ma capì che sarebbe stato inutile: il contenuto non poteva essere letto. Forse non più o forse non ancora.

Così riprese a camminare in quel mondo assurdo e magnifico e in breve raggiunse le pendici del monte: il sentiero di fiori terminava davanti ad un sottile corso d’acqua che tagliava in due la strada.

Non era possibile aggirarlo: G.B. guardò prima a sinistra e poi a destra ma si rese conto che il torrente si perdeva in entrambe le direzioni e che probabilmente avrebbe dovuto proseguire per chissà quanto prima di trovare un ponte o un punto di passaggio, o che non lo avrebbe trovato affatto. Comunque si trattava di pochi metri, la corrente era quasi assente e l’acqua non sembrava più profonda di mezzo metro.

Dopo qualche istante di esitazione G.B. decise di attraversare il torrente: tenendo un piede ben saldo sulla ghiaia, cercò con l’altro un punto d’appoggio sicuro sotto la superficie dell’acqua per poi avanzare ulteriormente lasciando del tutto la riva; a questo punto si trovava immerso fino al ginocchio quando il movimento della corrente rallentò fino ad arrestarsi del tutto. Fu immobilità e silenzio per un attimo,  e poi l’acqua divenne fuoco: le fiamme avvolsero G.B. completamente, ma senza bruciarlo e senza provocargli alcun dolore.  Innumerevoli scintille variopinte brillavano tutt’intorno e lui si sentì come accarezzato ed abbracciato da grandi mani buone. Poi il fuoco si dissolse e G.B. si ritrovò di nuovo immerso nell’acqua che però ora trasportava nel suo lento fluire immagini in movimento: come se fossero custodite pochi centimetri sotto la sua superficie, ora il torrente lasciava intravedere  decine, centinaia di scene di vita vissuta, volti, oggetti, paesaggi, come spezzoni di un film, scorrevano sotto la tremolante lente dell’acqua .

G.B. rimase ad osservare quell’inatteso spettacolo per qualche minuto, poi affondò alcuni passi ancora nel torrente e risalì dall’altra parte, per addentrarsi nel bosco che ricopriva la montagna.

Proseguì così il suo viaggio, e le cose che trovò in seguito furono, se possibile, ancora più sorprendenti ed inattese  di quelle che già aveva potuto osservare. Tra tutte le anime che aveva visitato, mai nessuna gli aveva regalato esperienze tanto intense: era colpito, ammirato, incuriosito e continuò il suo cammino stupendosi ad ogni passo per la bellezza di ciò che lo circondava.

Esterno

Sofia camminava immersa nei propri pensieri quando  sentì avvicinarsi  da dietro a grande velocità una macchina; d’istinto si scansò finendo contro la ringhiera del ponte che stava attraversando. A quel punto chi osservò la scena non seppe dire con esattezza se la ragazza finì di sotto perché aveva perso l’equilibrio o perché aveva colto una possibilità inattesa di concludere una vita che non le piaceva. Comunque fosse, Sofia cadde silenziosamente nell’acqua scura e gelata che la inghiottì, e ci volle un po’ prima che i soccorritori riuscissero a far riemergere il corpo pallido e freddo della ragazza. Sofia era ancora viva: venne portata all’ospedale dove le vennero prestate le prime cure e dove, dopo alcune ore venne diagnosticato il suo stato di coma.  Dopo poco ancora le sue condizioni peggiorarono ulteriormente inducendo il personale medico a dichiararla clinicamente morta.

Interno

G.B. giunse sulla vetta del monte. Aveva esplorato un’anima stupefacente. Tutto ciò che aveva visto nel corso della sua esistenza aveva quasi perso di senso adesso, o comunque, se un senso lo aveva mai avuto era quello di prepararlo a ciò che avrebbe  trovato in quel luogo segreto e miracoloso. Era felice, rapito dal vorticoso susseguirsi di poesia e leggerezza, un mondo nascosto che giustificava l’universo intero.

D’un tratto fu buio. Ovunque G.B. guardasse, nulla più era visibile, se non la piccola luce che lo aveva seguito fin lì per ricordargli che in ogni momento avrebbe potuto svegliarsi.

Poi, tutto davanti a lui comparve un largo, immenso mare scuro: le onde erano altissime, imponenti, si rompevano sulla riva fino a lambirgli i piedi.

G.B. respirò profondamente l’odore salmastro della morte. Avrebbe potuto tornare indietro, sì, ma per quale motivo? La sua ricerca era finita: aveva trovato il suo posto, finalmente, lì, in quell’anima così bella.

Si voltò e soffiò dolcemente in direzione della bolla  luminosa che era alle sue spalle fino a farla volare via nel buio, poi chiuse gli occhi e sorridendo entrò nell’acqua che lo avvolse e lo prese.

Esterno

Non avendo più avuto notizie dell’ospite della stanza n.6, dopo alcuni giorni e dopo aver bussato numerose volte alla porta senza ottenere risposta, il proprietario dell’albergo entrò nella camera utilizzando la chiave passepartout. Trovò G.B. steso sul letto immobile e , incapace di svegliarlo, chiamò un ambulanza che trasportò l’uomo all’ospedale dove ne venne accertata la morte per arresto cardiaco.

Poche ore prima, in quello stesso ospedale, era avvenuta una cosa straordinaria: Sofia si era svegliata, mostrando una ripresa totale ed immediata che aveva lasciato i medici senza parole.

Ed aspettava un bambino.

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